Cultura dell'accoglienza

Yuri Marcialis

L’Italia, nonostante la posizione di frontiera europea nel Mediterraneo, ha una percentuale contenuta di rifugiati. Il nostro Paese, negli anni, ha accolto circa 131 mila persone, sul totale della popolazione di circa 60 milioni. 131 mila su 60 milioni sono una proporzione del 2 per mille: tutti i rifugiati presenti in Italia non riempiono nemmeno il San Siro e l’Olimpico. Risulta evidente come la paventata invasione, nonostante ci sia chi – pur di raccattare qualche voto – non parli d’altro, semplicemente non esista: i numeri, per quanto da soli non bastino a spiegare un fenomeno complesso, parlano chiaro e ci raccontano di una realtà completamente diversa.

La crisi economica e le mancate risposte della politica hanno preparato un terreno fertile dove crescono paura e risentimento, si diffondono sentimenti di xenofobia, gli atteggiamenti razzisti vengono ostentati, le aggressioni fasciste aumentano in tutto il Paese; derubricarli ad atti isolati è sbagliato, non sono semplicemente “il gesto di un folle”.
Nel frattempo, sempre e rigorosamente a favore di telecamera, si fanno largo quelli che spingono le fasce più deboli della società a individuare nei migranti la causa dei propri problemi: a contrapporre, quindi, i penultimi agli ultimi. Credo non esista oggi atteggiamento politico più sbagliato e pericoloso che, alla luce delle evidenti finalità propagandistiche, assume un profilo ancor più vile e sconsiderato.
Alla luce di tutto ciò, anzi, nel buio in cui ci troviamo, attorno al tema dell’immigrazione e dell’accoglienza occorre avviare immediatamente un lungo e complesso lavoro culturale: a cominciare dalle scuole per arrivare fino alle sezioni di partito, che adesso si chiamano circoli, e da quando hanno cambiato nome non servono quasi più a nulla.
Allo stesso tempo lo Stato deve rispondere con fermezza e la Politica deve prendere provvedimenti urgenti per arginare e bloccare queste derive, a cominciare dalla cancellazione della Legge Bossi-Fini. Il reato di clandestinità è sbagliato sotto tutti i punti di vista e per di più ha ottenuto il solo risultato di intasare maggiormente le procure.
Dobbiamo capire, e questo può essere esercitato solo all’arrivo nel nostro Paese in quanto ancora non esistono le strutture per esercitarlo oltremare, chi ha diritto alla protezione umanitaria e politica; e dobbiamo gestire l'accoglienza di chi, pur non fuggendo da guerra, carestia o persecuzioni, ma spinto dalla sacrosanta e naturale aspirazione a una vita migliore, chiede di restare in Italia e di far parte della nostra società.

In Sardegna sono presenti circa 6 mila migranti, e solo 77 comuni su 377 sono direttamente coinvolti nella rete di accoglienza, 12 sono i progetti Sprar attivi.

Ma cos’è lo Sprar?
È un sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati nato nel 2001 per volontà del Ministero dell’Interno, dell’Anci e dell’Unhcr (Protocollo che poi ha portato alla Legge n. 189/2002) che, in dieci anni, ha triplicato la capacità ricettiva.
È una forma di accoglienza integrata con il territorio portata avanti dagli enti locali, i quali aderiscono volontariamente al progetto e formano una rete nazionale che ha accesso al fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo.
È una formalizzazione di un dovere di accoglienza delle Istituzioni, e questo fa sì che lo Sprar diventi un punto di riferimento forte sui territori per tutte le azioni in favore dei richiedenti protezione internazionale.
Punto di riferimento per i richiedenti protezione, punto di forza per i comuni e di chi li vive, come accade a Sant’Alessio in Aspromonte, un piccole comune calabro che conta 357 abitanti e ospita 35 richiedenti asilo.
“Aiutando i rifugiati, abbiamo evitato anche nuova emigrazione dalla Calabria”, ha detto il Sindaco del comune che è divenuto modello di accoglienza.
Un aspetto umanitario che è prioritario, e un ritorno economico per la città. Questo perché, grazie all’accoglienza, diversi giovani hanno trovato lavoro, le scuole sono rimaste aperte così come le attività commerciali, e sono stati recuperati vecchi stabili come l’ex carcere borbonico, adibito a struttura di accoglienza.
Lo stesso accade a Bonorva, dove il Sindaco ha aderito allo Sprar accogliendo minori non accompagnati anche in risposta allo spopolamento che, in dieci anni, ha visto la popolazione dimezzarsi.
Minori a cui verrà garantito un percorso di istruzione e formazione professionale, come previsto dal progetto, grazie ai fondi statali. Migrazione come ricchezza dei piccoli comuni, migrazione come opportunità.

Rete Sprar lavora sui piccoli numeri, in armonia con il territorio, garantisce percorsi di istruzione, formazione e inserimento nelle comunità che accolgono e che a loro volta necessitano di essere educate alla diversità che non può che essere intesa come una ricchezza.
La micro accoglienza diffusa, a oggi, è il modello di accoglienza che comporta i maggiori vantaggi, umanitari, sociali ed economici, a differenza dei Centri Permanenti per i Rimpatri, perché avviene nel rispetto dei diritti delle persone e dà vita a un processo virtuoso locale capace di garantire nuove opportunità lavorative.