Università, Ricerca e Alta Formazione Artistica e Musicale in Sardegna

Yuri Marcialis

Premessa

La ricerca, la formazione, l’innovazione e la diffusione della conoscenza, delle arti e della musica sono condizioni imprescindibili per uscire dalla crisi e per ripensare il futuro del nostro Paese. Difendere l’università, la ricerca e le istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica (AFAM) vuol dire affermare il ruolo sociale del sapere e della creatività, predisporre uno sviluppo economico, sociale e culturale dei popoli di tipo qualitativo, costruire una società in grado di affrontare le sfide dei grandi mutamenti ambientali, tecnologici, demografici, sanitari e migratori, proporsi alla guida dei processi globali per la conversione ecosostenibile dei sistemi produttivi.

L’accesso all’Università, e all’alta formazione non è solo un diritto individuale di accesso a un servizio ma un investimento strategico.
Le istituzioni devono aprirsi alla società, esplicitare la loro utilità sociale e basarsi su forme di gestione democratiche e trasparenti, emarginando le logiche autoreferenziali che hanno generato distorsioni e nepotismi.

La crisi strutturale dell’università e della ricerca pubblica italiana

Nel corso dell’ultimo decennio si è assistito al continuo sotto-finanziamento del sistema universitario e della ricerca pubblica nazionale, questo ha prodotto il calo degli immatricolati, il penultimo posto dell’Italia in Europa per numero di laureati e l’impennata della precarizzazione dei ricercatori, con l’espulsione di 97 ricercatori precari su 100 dal 2008 a oggi. Gli atenei sardi condividono con quelli dell’Italia meridionale la caratteristica di produrre pochi laureati in proporzione al numero di iscritti, il quale a sua volta è in calo.

Questo stato di sofferenza colpisce con inaudita gravità il mondo della ricerca, soggetto a una razionalizzazione selvaggia, che si concretizza nei tagli lineari operati con la legge 133/2008 e dalla legge 240/2010, tutto ciò sulla base di false credenze sul nostro sistema nazionale: che ci siano troppe università; troppi laureati; che le contribuzioni studentesche siano troppo basse. Qualsiasi confronto comparativo con le realtà europee dimostra l’infondatezza di questi luoghi comuni.

Vi è stata una concentrazione del finanziamento a favore di pochi poli, che lede il diritto all’istruzione e ripropone la più tradizionale delle selezioni di classe; impone la desertificazione di interi sistemi accademici territoriali tra i quali quello sardo: l’impoverimento di docenti, 17% in media, è relativamente basso negli Atenei del Nord (6-7%) e alto al Centro-Sud (22% al Centro, 18% al Sud).

Invertire il ciclo: aumentare le risorse e ripensare la valutazione

Un aumento dei finanziamenti e una loro più equa distribuzione sono le prime condizioni per invertire la rotta, così come cessare l’implementazione di fondazioni di diritto privato per la realizzazione di poli di (sedicente) eccellenza, lasciando sguarnite ampie fette di territorio del paese ad intenso bisogno di alta formazione, come nel Mezzogiorno, contravvenendo ai dettami costituzionali. L’Anvur, agenzia tecnocratica di valutazione del sistema universitario, ha di fatto assunto il ruolo di arbitro della politica universitaria. Importanti scelte di distribuzione delle risorse sono determinate non da un’analisi politica, che tenga conto di fattori sociali, economici e culturali, ma dal risultato di parametri dalla discutibile base scientifica che, dando l’idea di essere univocamente determinate, in realtà nascondono scelte arbitrarie. La valutazione della ricerca universitaria, oggi, si basa su criteri meramente quantitativi, che agevolano le regioni e i territori dallo sviluppo più denso, nelle quali sono disponibili le risorse per creare maggiori collegamenti con il mondo del lavoro. Questo svantaggia le regioni meno ricche come la Sardegna e soprattutto, in esse, gli ambiti disciplinari più legati allo studio disinteressato, che produce cultura e creatività, ma i cui risultati non sono immediatamente spendibili e non creano profitto immediato.

A fronte della compressione nazionale dei finanziamenti, il processo di valutazione, che determina la quota “premiale”, così come è strutturato, non attiva meccanismi di riequilibrio ma accrescere i divari, soprattutto tra università del nord e del Mezzogiorno. Lo strumento “premiale” è, quindi, uno strumento punitivo soprattutto delle Università come quella sarda. La valutazione, in un contesto di taglio delle risorse si è ridotta a un approccio punitivo e non di riequilibrio del sistema. Ha inoltre seguito criteri che non tengono conto della complessità delle attività dei contenuti e del contesto, ad esempio non valorizzando in termini di valutazione e finanziamenti l’ampia domanda, diffusa nella nostra regione, di operatori del terzo settore, della cura sanitaria ed educativa.

Occorre dunque:

  • Aumentare, negoziando con l’Unione Europea, il finanziamento ordinario per università e ricerca
  • individuare risorse per superare il precariato e stabilizzare il sistema universitario e degli enti pubblici di ricerca (EPR)
  • riconoscere la dignità della docenza anche attraverso lo sblocco degli scatti delle retribuzioni
  • abolire l’Anvur o ridefinirne dalle fondamenta il mandato per un’agenzia della valutazione con un governo partecipato dalla comunità scientifica
  • convocare una Conferenza Regionale sui criteri di valutazione dei singoli e delle istituzioni
  • definire nuove finalità della valutazione che superino la logica della competizione tra atenei
  • riportare la programmazione strategica a scelte di governo del sistema e non a parametri automatici basati su criteri tecnocratici

Una università aperta a tutti/e

In Italia l’università è sempre più riservata ai ceti benestanti: solo il 22 % dei giovani che la frequentano, secondo Almalaurea, ha una origine sociale meno favorita. Nella nostra regione, i giovani che già provengono da una situazione economica familiare poco vantaggiosa, spesso sono studenti lavoratori, che necessitano di sostenersi in parte o totalmente con un lavoro, spesso precario e non garantito: questa situazione li costringe a non potersi dedicare a tempo pieno allo studio e a laurearsi fuori corso e con meno opportunità occupazionali stabili e redditizie.

La crisi, l’aumento delle tasse – aumentate in media del 50% e tra le più alte dell’Europa continentale – e il numero chiuso hanno vanificato l’accesso di massa all’istruzione universitaria. La combinazione di alte tasse universitarie – pagate da una quota largamente maggioritaria della popolazione studentesca – e un esiguo numero di percettori di borse di studio, rende quello italiano uno dei sistemi più iniqui presenti nel panorama europeo. L’Italia risulta infatti uno dei paesi col più basso rapporto tra idonei alla borsa di studio e iscritti all’università.

In Sardegna, in particolare, le borse di studio, poche rispetto al fabbisogno, sono tra le più basse d’Italia, anche sotto il minimo stabilito a livello ministeriale.

Occorre ampliare decisamente la gratuità dell’istruzione universitaria. L’obiettivo della gratuità va affermato prevalentemente attraverso due leve: l’abolizione della contribuzione studentesca; un potenziamento del diritto allo studio in grado di realizzare pienamente il mandato costituzionale, per rimuovere le barriere economiche, sociali e territoriali che si frappongono all’accesso agli studi.

I redditi alti, correttamente individuati, devono essere chiamati a contribuire, attraverso la fiscalità generale e una rimodulazione, in base al reddito, della tassa regionale per il diritto allo studio. È credibile e sostenibile raggiungere livelli di esenzione pari agli esempi europei più virtuosi.

Il numero chiuso non dev’essere l’arma della contrazione delle risorse; occorrono politiche abitative efficaci e implementazione della rete dei trasporti.

Contro la precarizzazione della ricerca e della formazione

Dieci anni di tagli al sistema universitario e della ricerca pubblica hanno introdotto inaccettabili livelli di precarizzazione dei ricercatori, su cui grava una parte rilevante delle funzioni essenziali di didattica e ricerca svolte nei nostri atenei. Occorre un congruo piano di investimento pluriennale per il reclutamento di giovani ricercatori e professori associati. Coerentemente con le richieste provenienti dalle parti sociali, Liberi e Uguali propone un piano quinquennale di nuove assunzioni: 20.000 nuovi ricercatori negli atenei e 10.000 negli EPR.

Occorre intervenire anche sul versante dell’abilitazione scientifica nazionale (ASN) e del dottorato:

  • l’ASN, una volta conseguita, non deve scadere o, quanto meno, deve restare valida per almeno 10 anni
  • Il dottorato deve tendere: alla copertura totale con borsa dei posti banditi e all’aumento della borsa di dottorato secondo livelli congrui

Il governo democratico delle istituzioni di ricerca e il profilo culturale dell’offerta didattica

La verticalizzazione della governance universitaria, avvenuta negli ultimi anni, non ha generato efficacia, efficienza e trasparenza. Dubbi analoghi vi sono sul 3+2, rispetto a cui si propone di realizzare un’indagine anche specificamente regionale sull’offerta didattica per giungere a delle proposte di revisione degli ordinamenti didattici.

Rafforzare il sistema non fermarsi alle eccellenze

All’interno del problema nazionale di riduzione dei finanziamenti alle Università, c’è una gravissima questione meridionale con spostamento di risorse dal Sud al Nord che si concretizza in diversi modi e che penalizza fortemente il sistema universitario sardo.

Una percentuale progressiva dei Fondi Ordinari viene spostata sugli Atenei di “qualità”. In questo modo si è verificato un graduale ma costante trasferimento di fondi dagli Atenei del Sud ad altri Atenei, in particolare di alcune zone del Nord.

Una “finta” retorica del merito tende a far coltivare l’idea che il Paese possa migliorare e crescere se ci sono punte di eccellenza, concentrate in alcune zone. La strada da percorrere è invece completamente diversa: finanziare e favorire una buona qualità e competenza diffusa su tutto il territorio nazionale.

Non servono i “superprofessori”, ma una qualità diffusa su tutto il territorio nazionale, “isole comprese”, di didattica e ricerca, e di molti buoni professori.

Si prevede che solo 180 milioni della quota premiale (il 13%) andranno al Sud e alle Isole, dove insiste il 31% degli organici di docenza e di ricerca, noi dobbiamo chiedere che questa destinazione di risorse diventi direttamente proporzionale. Questa dinamica ha un effetto indiretto: aumento di immatricolazioni in Atenei del nord, diminuzione in quelli del Sud, con successivo, inevitabile circolo vizioso di minori finanziamenti dovuti al numero di studenti; e studenti che “emigrano” per studiare. Gli atenei sardi, per contro, soffrono di una minore attrattività, dovuta a un’insularità che penalizza anche le risorse di qualità elevata di cui dispongono.

I finanziamenti, il sistema di valutazione il governo del sistema devono mirare a superare gli squilibri territoriali per innalzare complessivamente la qualità della ricerca e dell’offerta didattica per ottimizzare le risorse e garantire pari offerta ai territori e agli studenti.

La conoscenza come leva per uscire dalla crisi e per una nuova qualità dello sviluppo

Gli investimenti in ricerca e formazione sono condizione per uscire dalla crisi ripensando lo sviluppo, la sua qualità sociale e la sua relazione con le risorse e gli equilibri naturali. L’innovazione deve essere parte di politiche industriali che scelgano priorità produttive e ripensino la collocazione internazionale del Paese, che facciano di nuovi bisogni e nuove consapevolezze l’occasione per un modo di produrre capace di un’occupazione diffusa e di qualità. Il recupero la tutela e la manutenzione del territorio, la riconversione ecologica dell’economia, la tutela della salute e la reinvenzione della vivibilità e della socialità delle città, il ripensamento delle relazioni tra nord e sud del mondo sono necessità e occasioni per riorientare l’economia per le quali la conoscenza e l’innovazione hanno un ruolo strategico.

In questa funzione della ricerca universitaria, gli atenei sardi devono possedere le risorse per poter dispiegare in pieno un ruolo-ponte strategico verso i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, per creare comuni attività e intellettualità che affrontino le grandi problematiche internazionali dei conflitti e delle migrazioni.

La ricerca e la formazione devono orientare lo sviluppo e creare nuove opportunità di occupazione, non adeguarsi all’esistente. L’università e la ricerca devono recuperare quella funzione critica rispetto agli automatismi di uno sviluppo economico non orientato che da tempo sono ad esse negati.

Occorre dunque:

  • promuovere un Piano Regionale Strategico per l’Innovazione abbia come priorità le aree urbane in ritardo di sviluppo, settori produttivi e obiettivi strategici, qualificazione e recupero del territorio, transizione dai combustibili fossili, economia circolare, salute
  • ripensare radicalmente i tirocini in azienda e i crediti per esperienze in impresa; costituire un albo regionale delle imprese idonee e regole sulle attività ammissibili (esperienze simili sono già presenti nell’Ateneo cagliaritano): il tirocinio dev’essere un’attività pienamente formativa, compartecipata da università ed ente nell’interesse prioritario della formazione professionale e complessiva degli studenti
  • valorizzare un sistema di peer-review (mutua valutazione della ricerca) molto “aperto” a sostenere nuovi filoni di indagine, soprattutto nelle aree “di frontiera” e interdisciplinari, che garantiscano anche lo sviluppo delle aree umanistiche
  • configurare un’attività permanente di coordinamento tra Stato e Regioni finalizzata ad ampliare gli interventi per la ricerca applicata, per il trasferimento tecnologico e per azioni di alta formazione tecnologica, affinché gli investimenti statali e regionali risultino sinergici, si evitino sprechi e duplicazioni
  • implementare l’Open Access, vale a dire l’accesso gratuito online a tutti i risultati della ricerca finanziata con fondi pubblici
  • promuovere una Conferenza Regionale Università – Ente Per Il Diritto allo Studio (ERSU) –Studenti –mondo del lavoro e dell’impresa, sulle prospettive di sviluppo in Sardegna

Le arti e la musica: uscire dall’oblio

Anche per le Istituzioni di Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica le priorità sono, in ordine di urgenza: abbattere il precariato, mettere in ordinamento i bienni e rafforzare la filiera della formazione (primaria, media, licei musicali, corsi propedeutici, III livello, dottorati), finanziare la ricerca ed i dottorati, equiparare lo status e le retribuzioni dei docenti a quelli universitari, e ricostituire le forme di rappresentanza della comunità omologhe al CUN.