LAVORO, LAVORO, LAVORO

Yuri Marcialis

Il lavoro precario è un problema sociale, culturale ed economico tra i più drammatici dei nostri tempi, sembra però che le nostre classi dirigenti stentino a coglierne la reale portata, anche a causa di una drammatica sottovalutazione che spesso – anche a sinistra – ha erroneamente portato a considerarlo come logica conseguenza della modernità e della nascita dei nuovi lavori, preferibile comunque alla totale assenza di lavoro.
Si tratta di una lettura sbagliata: con il moltiplicarsi dei lavori precari aumenta la precarizzazione dei lavori considerati stabili; aumentano i lavoratori occupati mentre diminuiscono le ore complessivamente lavorate; la crescita esponenziale delle diseguaglianze è strettamente collegata alla crescita esponenziale della precarizzazione della società. O meglio della parte della società rappresentata dal lavoro e dai ceti medi.

Per questo non è sufficiente affrontare il problema del precariato solo dal punto di vista dei diritti e delle tutele da garantire ai lavoratori – che pure deve essere la priorità assoluta per una forza che voglia definirsi di sinistra – ma bisogna affrontare i fenomeni economici che ne sono alla base.
Fenomeni che hanno visto protagonisti i vari governi succedutisi in Italia – ma questo discorso ha ovviamente valenza europea – i quali, attraverso vincoli e norme imposte alla pubblica amministrazione, da decenni cercano di limitare il più possibile l’intervento pubblico nell’economia, negli investimenti, nel welfare. Spesso utilizzando il patto di stabilità come grimaldello.
Da qui è partito il sostanziale blocco delle assunzioni in tutti gli enti pubblici – dai comuni, alla sanità, passando per scuola, università e enti di ricerca – che da un lato si sono trovati costretti ad esternalizzare numerose funzioni di grande rilevanza, e dall’altro a non poter più erogare i servizi richiesti con l’efficienza necessaria.

Se oggi si entra in un ospedale non si sa se l’interlocutore - sia esso medico, infermiere o qualunque altro addetto - è un dipendente, un interinale, un consulente, una partita IVA, un dipendente di una cooperativa o chi sa che cosa.
L’esternalizzazione di molte funzioni caratteristiche della pubblica amministrazione, inoltre, si rivela spesso anti economica e, soprattutto nel campo dei servizi sociali e assistenziali, ha avuto come conseguenza la nascita di tutta una serie di aziende e di cooperative che vivono esclusivamente di convenzioni con le istituzioni pubbliche, favorendo, come molte recenti vicende hanno dimostrato, un rapporto con la politica malato.

Nel settore privato, poi, a positivi processi di ristrutturazione legati allo sviluppo delle nuove tecnologie, si è aggiunta, a causa di una sorta di deregulation normativa, una grande varietà di operazioni: esternalizzazioni, scorpori, cessioni di rami d’azienda, delocalizzazioni, cartolarizzazioni, e simili, vendute ai giornali come modernizzazioni aziendali, sono quasi sempre operazioni finalizzate alla frantumazione del processo produttivo (a seconda del valore attribuito alle diverse attività), alla sempre maggiore finanziarizzazione dell’economia, alla riduzione del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori.

Insomma, mai come adesso è evidente il nesso fra lo sviluppo del precariato e un modello di sviluppo economico drogato dalla finanza; e questo legame è alla base delle drammatiche diseguaglianze che si stanno creando in Italia e nel mondo.

Per questo la lotta al precariato non è solo problema che riguarda le condizioni di lavoro, ma è elemento fondamentale di lotta per un nuovo modello di sviluppo che abbia come obiettivo una crescita armonica della società e abbia nei lavoratori e nel lavoro gli elementi centrali di questo processo.

Dal programma di Liberi e Uguali